Il romanzo di Laura Bondi è disponibile a soli € 10 presso la Casa Editrice e ogni Book Shop!

Un piccolo saggio di traduzione

"In verità, una certa meraviglia è destata dal fatto che Cortona esiste ancora, se pure in minima parte. Non sarebbe stato affatto sorprendente se avessimo trovato solo le sue rovine, come in molti altri luoghi del vecchio mondo, per i quali i tempi recenti non hanno trovato nessun utilizzo. Grande nei giorni antichi, preminente tra le città etrusche di montagna, Cortona non è più stata di molto valore nei periodi successivi. [...] Tuttavia [...] Cortona è riuscita a sopravvivere, anche se non possiamo certo dire che sia riuscita a prosperare. Essa mantiene ancora le caratterstiche di una città, sebbene una città piccola e umile, abitata da una stirpe, della quale la classe più giovane sembra non avere nient'altro da fare che correr dietro ai turisti. Un monello vestito di stracci si offre di accompagnare il turista alla cattedrale; un altro insiste nel seguirlo tutt'intorno per quasi l'intero circuito delle mura antiche. Quest'ultimo fatto è troppo insopportabile; una passeggiata intorno alle mura di Cortona è decisamente una di quelle esperienze che si godono meglio da soli." (Edward A.Freeman, 1893 "Castiglion Fiorentino e Cortona", trad. Laura Bondi, in Cortona e la Valdichiana - Diari di viaggio 1860-1924, Edimond, 1998)

Francesco Petrarca "Canzoniere" Sonetto 190

"Una candida cerva sopra l'erba
verde m'apparve, con duo corna d'oro,
fra due riviere, all'ombra d'un alloro,
levando 'l sole a la stagione acerba.

Era sua vista sì dolce superba,
ch' i' lasciai per seguirla ogni lavoro:
come l'avaro che 'n cercar tesoro
con diletto l'affanno disacerba.

'Nessun mi tocchi - al bel collo d'intorno
scritto avea di diamanti et di topazi - :
libera farmi al mio Cesare parve'.

Et era 'l sol già vòlto al mezzo giorno,
gli occhi miei stanchi di mirar, non sazi,
quand'io caddi ne l'acqua, et ella sparve."


Questi versi impareggiabili del grande poeta aretino del '300 sono anche il ricordo di uno studio da me effettuato poco più di dieci anni fa in occasione della tesi di laurea. Cercando oltre la perfezione stilistica e linguistica, ho cercato di individuare, attraverso il contesto storico e sociale, se alla sceltastilistica corrispondesse una scelta anche semantica. Vale a dire, se dietro l'apparente poesia amorosa ci fosse anche una critica al potere a cui gli uomini di cultura si affidavano per mestiere. Questo mettendo Petrarca a confronto con Sir Thomas Wyatt, il primo poeta che ha tradotto l'originale italiano in inglese. Wyatt visse alla corte cinquecentesca di Enrico VIII, e fu ambasciatore del re. Ecco allora che le sue traduzioni sembrano mascherare commenti al potere, di cui subì le conseguenze anche con la prigione. Perchè ha tradotto un termine italiano proprio con quello specifico in inglese e non un altro? Ho tentato un'analisi quasi grammaticale di entrambi i testi, e anche se non si possono avere certezze, mi pare che ci siano prove di evidenti ambiguità, volute dagli artisti.
Il titolo dello studio è SIR THOMAS WYATT E FRANCESCO PETRARCA: LA POESIA AMOROSA DALLA SPIRITUALITA' DI LAURA ALLA REALTA' DELLA CORTE TUDOR.
Se qualcuno fosse interessato e volesse parlarne, sono a disposizione, ance per riaprire un dibattito che è sempre attuale.
MI FERMO UN ATTIMO A PONTE BURIANO

Finalmente la panchina si è liberata. Ora mi posso godere un po’ di tempo tutto per me, mio marito me l’ha promesso. Lui tiene i bambini nel parco con i giochi, io me ne sto qui a ritemprarmi l’anima. Questo è uno dei miei luoghi preferiti, seduta davanti alla stazione del trenino dei bambini, le spalle al parco e ai locali del ballo all’aperto, alla mia sinistra Ponte Buriano, davanti l’Arno, che qualche metro più avanti curva, proprio quando la Chiana vi si getta dentro. “Botoli trova poi venen giuso, ringhiosi più che non chiede lor possa, e da lor disdegnoso torce il muso”. Dante aveva ragione, forse. Magari però l’Arno vuole solo essere galante e offrire il braccio alla damigella Chiana, invece che essere arrabbiato con gli aretini! Magari il muso lo torce ancora prima, e per motivi suoi.
Ci sono nata qui, da piccola conoscevo tutto il percorso quasi dal Castelluccio fino alla rupe sotto Rondine. Il nonno mi portava a pescare con lui, con la sua canna di bambù a cui attaccava una lenza e un’esca tutta segreta. Si rintanava nella rimessa del trattore per prepararla. E poi ne preparava un’altra fasulla. Sì, perché siccome gli altri pescatori con canne super tecnologiche ed esche di marca non prendevano niente intanto che lui faceva il pieno, inevitabilmente gli chiedevano di prestargli le sue esche. Col più sfacciato dei sorrisi gli rifilava quella fasullo. Senza che il risultato cambiasse. Mi piaceva andare con lui, anche se a pesca bisogna stare sempre zitti, io non ci riuscivo mai e lo facevo arrabbiare. Però era così buono l’odore del pesce, anche se quelle reine guizzanti che morivano soffocate mi facevano star male. Mi divertiva vedere le bollicine che venivano a galla quando i pesci si avvicinavano ingordi all’esca traditrice. L’acqua aveva quell’odore come di canneto, di erba, di muschio, di fango e di bosco tutto insieme. Oggi sembra più una fogna. Addirittura i miei genitori la domenica d’estate venivano qui al Ponte a fare il bagno perché c’era come una spiaggia e la corrente era un ruscelletto. Adesso non esistono argini, il letto è lasciato a se stesso, pieno di ogni genere di sporco e detriti. Eppure ha il suo fascino. Non a caso è diventata un’oasi che vengono a visitare da ogni parte del mondo. Qui si fermano tante specie di uccelli durante le loro migrazioni, e sono così affascinanti. S’impara dalle loro abitudini, dal modo in cui si muovono in gruppo … al solito, l’uomo non ha inventato nulla, ha solo copiato dalla natura! Quando l’Arno curva il paesaggio sembra cambiare bruscamente, la vegetazione è più fitta, ci sono rocce e spuntoni. Dal paese di Rondine si gode la vista dall’alto e si scorge il lento declivio che porta più in là alla diga di La Penna. Ci sono stata qualche volta. Si passa dalla stradina dietro alla villa magnifica in cima alla salita del podere di Monsoglio, sulla strada che da Castiglion Fibocchi porta a Laterina. E si scende giù giù per una viuzza ripida, tanto che ad un certo punto ti sembra di cadere direttamente nell’acqua, specie quando ce n’è tanta!
Ecco cos’è che mi ha sempre intimorito, la potenza che può avere l’Arno in piena. Passare in auto sopra a Ponte Buriano in questi casi richiede da parte mia di chiudere gli occhi. L’acqua torbida trascina con sé tutto ciò che trova, e furiosa si gonfia e si spinge prepotente per farsi spazio, quasi volesse mangiarsi anche gli archi del ponte. Ma anche quando la diga è chiusa e la corrente ristagna, quell’ammasso melmoso dà l’impressione di volerti risucchiare come un mostro vorace. Mi ricordo che parecchi si erano avventurati anche a fare il bagno ed erano stati inghiottiti dalla melma, oppure da gorghi creatisi all’improvviso. Insomma, proprio il ‘fascino’ inteso nel senso originario del termine greco: una meraviglia che incute timore reverenziale, quasi divino.
L’aspetto più appassionante è quello legato alla vita dei popoli e delle persone che sono vissute qui, dagli Etruschi in poi. Quante guerre, quanta storia, usi, costumi, religioni, ma anche e soprattutto persone semplici accanto a grandi personaggi. La tradizione contadina è sempre stata forte. D’altronde ci insegnano a scuola che le coltivazioni sono sempre vicino a fonti d’acqua sia per l’irrigazione che per il terreno fertile. Tutti gli anni c’è anche la rievocazione storica dell’antica battitura, con la macchina a vapore, i trattori col motore a scoppio, le vacche chinine e i contadini con le camicie a quadri, il fazzoletto al collo e il cappello di paglia. La polvere e la fatica le conosco, sono anche le mie origini, invece ma è solo spettacolo, un amarcord dei più anziani, un museo di matusa per i giovani.
Un paesaggio così unico ha ispirato anche artisti, come Dante, ma anche Leonardo. Già, la Gioconda con il Ponte Buriano dietro. Se il mitico prof. non l’avesse riconosciuto a quest’ora qui sarebbe tutto allagato, il ponte sommerso e su in aria ci sarebbe una superstrada sopra un’altra diga. La Gioconda: quando sono stata a Parigi ho attraversato tutto il museo del Louvre per vederla. Non mi sono neanche potuta avvicinare, c’erano tantissime persone là davanti. Mi immaginavo una tela più grande ma non pensavo mi facesse un effetto del genere. In fondo alla sala, dalla parte opposta al dipinto, vedevo il ‘mio’ ponte, quello che attraversavo tutti i giorni, ed era lì, dietro il sorriso beffardo di Leonardo. Ed ho pianto. Lo stomaco si è contratto e le lacrime sono sgorgate. Il maestro non ha disegnato quel paesaggio, lo ha interpretato con le sue emozioni, che in parte sono anche le mie che ci vivo, come sento quel luogo che mi appartiene. La natura ti entra dentro, rivivi lo spirito selvaggio e libero, ribelle: non puoi costringerlo negli argini, si fa strada da sé come e quando gli pare.
Ecco, siamo a marzo.“Quest’anno ha piovuto poco, l’Arno è secco, manca l’acqua.” Scommettiamo che la natura provvede da sé, dico io? Infatti piove da una settimana, e solo ora c’è uno spiraglio prima che ricominci. Fa anche freddo. Almeno non ci sono le zanzare. D’estate qui, anche se c’è la disinfestazione, non basta mettersi a ballare il revival là nella sala, ti acchiappano al volo. Però d’estate era romantico, quando eravamo ancora fidanzati stare qui, in questa panchina, ad ascoltare la musica accompagnata da un coro di grilli e rane chiacchierone. Finché cominciava una brezza umida e gelida che anche nelle notti più afose faceva venire i brividi, e veniva voglia di farsi coccolare. Ma se c’era un po’ più d’acqua lo scorrere cupo e nascosto della corrente al buio mi intimoriva, era come se fosse un enorme drago strisciante che sibilando minaccioso esplodesse fuori dagli argini da un momento all’altro per ingoiare tutto quel baccano e riportare il silenzio. Chissà che impressione quei paesi abbarbicati agli argini dell’Arno, da Figline Valdarno in poi, tipo Le Sieci. Passando con il treno si vedono delle abitazioni che sono allo stesso livello dell’acqua quando non c’è la piena. Penso che tengano la barca in giardino per uscire di casa, nel caso la corrente aumenti. Ho amici e parenti in Valdarno. La nebbia diventa la caratteristica del luogo, proprio in virtù dell’Arno. Nebbia che ha il suo fascino: nella valle circondata dai monti del Pratomagno crea quelle suggestioni e quei giochi di luce che Leonardo amava tanto. Quando ero piccola quella nebbia si mischiava con l’odore acre della lignite che bruciava nelle cave e nella centrale elettrica di S.Barbara per diventare un’essenza micidiale che si appiccicava addosso indelebile. Tutto prendeva quel sapore, il vino e il cibo compresi. La terra fumante di lignite scoperta con la nebbia dell’Arno creavano uno scenario apocalittico, quasi mefistofelico.
Quei tempi sono passati. La centrale usa altre risorse perché la lignite è finita. E anche per me la vita è cambiata. Ora c’è il lavoro, la casa, i bambini. La vita corre veloce e devo studiare dei piani complicati per ritagliarmi questi rari attimi. Sto qui ad occhi chiusi, mi culla lo sciabordare dell’acqua che scorre. Qualcuno si deve essere seduto vicino a me. Non mi importa. Le immagini del passato si sovrappongono a quelle del presente. Il vento mi porta alle orecchie il rombo continuo delle auto che transitano sopra al ponte. Mi sono sempre chiesta se una costruzione medievale possa reggere tutto quel peso di continuo. Non esisteva il cemento armato, eppure da secoli sostiene il peso di persone, cose e animali, oltre alle oscillazioni del vento e della corrente.
Accanto a me qualcuno si sta lamentando dell’aria fredda. Apro pigramente gli occhi. Non ci credo. E’ buffo come il destino si diverta con me oggi. Non bastava la pioggia di ricordi. E’ giusto emerso un ricordo in carne o ossa. Lui, il primo ragazzo di cui mi sono innamorata, avrò avuto quindici anni. Non so se l’ha mai saputo, fatto sta che eravamo diventati amici. Mi saluta, i soliti convenevoli, le solite domande. Ma anche i soliti occhi azzurri quasi cristallini. Il lavoro, la famiglia, e bla bla bla. Poi ci fermiamo a guardare l’Arno, in silenzio. Ne è passata di acqua sotto il ponte, e continuerà a farlo. “Pensi che l’acqua possa tornare indietro qualche volta?” mi chiede all’improvviso. Non so che dire. Per legge di natura la risposta è scontata. “Quando la diga è chiusa al massimo ristagna un po’, ma in salita non credo riesca ad andare!” esclamo sorridendo. Quando mi volto a guardarlo lo stomaco mi fa un balzo: mi sta osservando coi suoi occhi azzurri pieni di malinconia. E’ come se cercasse di dirmi qualcosa? O sono io che mi faccio rapire dall’atmosfera? Più probabile. Mi devo svegliare. Sono passati vent’anni, e ognuno deve seguire il proprio corso. Un tuono mi scuote. Sta per ricominciare a piovere e il vento si fa più forte. I salici si piegano, le canne suonano il loro canto all’inverno che sta per partire. Un branco di uccelli vola via. Faccio per alzarmi. Lui mi stringe la mano e mi attira a sé per i baci canonici. Incredibile: ha ancora lo stesso profumo di ragazzaccio ribelle! Mi guarda e sorride. Non mi lascia la mano. Non so più cosa dire. Mi sento bollire dall’imbarazzo … provo le stesse emozioni di allora, il mio cuore è ritornato a quando avevo quindici anni. L’Arno è lo stesso, il ponte sempre quello. Ma quei pioppi laggiù erano piccoli, adesso sono enormi. Ora ci sono dei bambini che mi reclamano e un marito. Tante persone non ci sono più, tante ne sono venute al mondo. E noi siamo diversi, nel fisico e nello spirito. Una bambina di quattro anni circa gli viene incontro e lo tira per il cappotto. “Babbo, babbo, mi fa tanto freddo. Andiamo via?” Arriva anche sua moglie, la saluto perché la conosco bene, abitava nei dintorni. Ho sempre pensato che fossero una bella coppia. Mi scalda il cuore vederli insieme, che si prendono per mano con la bimba in mezzo e se ne vanno salutandomi.
Ritorno dai miei cuccioli quando arrivano le prime gocce di una pioggia che sembra più neve. Sono felice. Mi volto a guardare l’Arno da sopra il ponte e vedo la ‘mia’ panchina. Mio marito sorride. Mi conosce come le sue tasche, sa quello che penso e quello che provo. Ma non dice nulla. Continua a sorridere. Grazie prof. per aver salvato il ponte. Grazie per aver permesso a tanti altri di vivere in quest’oasi di sogno, dove l’Arno trascina con sé la vita e l’anima di chi gli sta vicino.

Un bel film 'Immagina che ... '

Qualche giorno fa ho visto un film che mi ha davvero emozionato. Il titolo è 'Immagina che...', insolitamente ricalcato dall'originale americano. Protagonista è Eddie Murphy, padre in carriera super impegnato in consulenze finanziarie. Separato dalla moglie, deve tenere con sé sua figlia piccola per una settimana, proprio quando nel lavoro un collega appena arrivato sta cercando di soffiargli il posto con strani rituali indiani. La bambina ha un problema: non si separa da una coperta che la mette in contatto con le sue tre principesse amiche immaginarie. Così all'inizio la convivenza col padre è difficile, perchè lui non sa come affrontare la figlia ed è completamente preso dal lavoro. La bimba comincia a suggerirgli consigli finanziari, dicendo che sono le principesse ad indicarle. Così, senza accorgersene, padre e figlia cominciano a giocare insieme, accomunati dal legame con le principesse immaginarie. Solo che il padre la prende troppo sul serio, fino a pensare che la svolta positiva della sua carriera possa avvenire solo grazie alla coperta. Quando la piccola si accorge che il papà è più interessato alla coperta che a lei, rinuncia ad entrambi e si chiude nel suo guscio. Nel momento decisivo della sua carriera il padre si rende finalmente conto che la sua piccola è quello che conta di più al mondo...
Apparentemente la trama è scontata e banale, ma fa bene rinfrescare certe emozioni e certi sentimenti in un modo dove tutti corrono e non badano agli altri, tanto meno ai figli e alla famiglia. Ed è difficile anche che qualcosa faccia emozionare. Lo consiglio a chi crede ancora nei buoni sentimenti e vuole condividirle con chi ama.
Volevo ringraziare Tiziana Iaccarino, scrittrice, per avermi permesso di parlare del romanzo in un'intervista, apparsa già in alcuni siti:

http://www.strillovolante.com/comunicati/2009/11/comunicato-1805.php

Laura Bondi http://www.intopic.it/articolo/15383/

http://fai.informazione.it/detailcom.aspx?id=85cd8a00-1e77-402d-9225-e79ad42b62b4

http://www.articolionline.net/2009/11/la-scrittrice-laura-bondi-racconta-il.html

http://www.pennadoca.net/pennadoca/index.php?option=com_content&view=article&id=1514:la-scrittrice-laura-bondi-racconta-qil-volto-dellanimaq&catid=101:interviste-agli-scrittori&Itemid=75


Ringrazio inoltre Giorgio Sacchetti, un conterraneo e amico di Facebook, che con le sue parole ha davvero saputo cogliere l'essenza della mia opera.

Grazie a tutti

Giorgio Sacchetti
ciao, ho letto il romanzo e volevo complimentarmi. La tua è una scrittura che sa davvero trasmettere emozioni. Il viaggio e l'introspezione sono temi affascinanti che tu tratti con efficacia. E poi la costruzione dello scenario denota evidentemente una conoscenza approfondita dei riferimenti letterari del mondo anglo-s...assone. Di James non solo Gran Tour, ma forse anche l'idea che le culture, le epoche e le sfere sociali sopravanzino gli stessi personaggi. Ma si evince anche - e lo dico con convinzione - un'assimilazione totale di quella magia perduta, misteriosa e antica, del nostro mondo toscano... grazie!

Essere o far finta di essere?

E' difficile gestire la propensione alla sincerità. Se si esprime comunque il proprio pensiero si rischia di essere antipatici, addirittura sgarbati. Se invece si indossa una bella maschera che nasconda del tutto il nostro pensiero, di sicuro saremo sempre brillanti, benvoluti, perché gli altri si sentiranno sempre dire ciò che fa loro piacere. Allora, essere se stessi a costo di risultare sgraditi, o essere falsi e così ammirati e di successo? Di certo la soluzione sta nel mezzo, ma resta comunque un bel problema. Primo, perché spesso è dura mettere a tacere le proprie idee e la propria coscienza solo per compiacere gli altri o semplicemente per evitare inutili discussioni. Secondo, perché si rischia di impostare la nostra vita su una serie di rapporti falsi e falsati, e alla fine non sapremo più chi ci è davvero amico e chi no (salvo scoprirlo nei momenti del bisogno, quando si deve essere sinceri per forza!).
La letteratura in tal senso è uno strumento per esprimere la propria personalità, per mostrarsi pur dietro la maschera dei personaggi e della trama. E anche qui c'è chi riesce a mascherarsi di più e chi meno. Però se uno scrittore è in grado di far emozionare un lettore, è indispensabile che quelle emozioni appartengano a chi scrive prima che a chi legge. La partecipazione emotiva deve essere sincera, per essere vera.
Dunque, un libro può aiutare a penetrare nell'animo di chi l'ha scritto?
Non oso dare una risposta. C'è chi riesce a fingere troppo bene, tanto da far apparire vero ciò che non lo è. Come un attore. Ma anche per il cinema ed il teatro, valgono entrambe le constatazioni: ci deve essere emozione in chi pratica, ma ci può essere anche una buona capacità di finzione.
In un mondo fatto di frasi ed immagini imposte, preconfezionate, dove si accetta tutto dando per scontato (anche se non sempre!) non sembra ci sia posto per la sincerità.
Certo, se esci di casa convinto di essere un figurino, incontri un amico e ti dice: "Certo che questo vestito non ti dona affatto!" non fa piacere. Ma se incontri un altro che ti dice:"Sei uno splendore! Dovresti fare la modella!" capisci che ti sta sfottendo e sta ridendo alle tue spalle. Delle due, preferisco la prima.
Magari le circostanze e un pò di diplomazia possono aiutare a risolvere il dilemma.
L'importante comunque è essere sinceri quando ci guardiamo allo specchio: qui è inutile tentare di fregarci, quello che è, rimane. Punto e basta.

Libertà di stampa: un vecchio problema universale?

Si parla tanto di libertà di stampa, in Italia, ma anche nel resto del mondo. Certo è che è tutto realtivo: dipende dal periodo storico, dagli eventi che lo compongono, dai personaggi, dai punti di vista ... Di sicuro c'è che non è un problema solo italiano o solo dei giorni nostri.
Magari ci sono (stati) momenti con libertà di stampa limitata, ma vissuti in un clima di ignoranza generalizzata della popolazione, quindi meno sentita come privazione di un diritto.
Di sicuro, più si rimarcano gli atteggiamenti 'libertini' di certe penne, più si fa riflettere sul problema, e allora ci si chiede: è censura, o è il giornalista/scrittore che per fare scoop esagera e deforma la realtà? Quando si crea questo dubbio, a mio parere, la libertà in generale è a rischio, perchè quando non si sa più dov'è la 'retta via' si perdono punti di riferimento, e quindi si smette di credere a tutto, rifugiandoci nel qualunquismo, nell'egoismo e nel 'faccio quello che mi pare', cioé l'anarchia assoluta.
In proposito ho da poco finito di leggere 'La fattoria degli animali' di George Orwell, autore anche di '1984'. In fondo alla 'novella' c'è un saggio da lui pubblicato sulla libertà di stampa. Siamo in Inghilterra, all'incirca nel 1943-45. Orwell aveva davanti l'esempio dei regimi totalitari stalinista e nazifascista. Le sue opere, fortemente satiriche al riguardo, hanno stentato a trovare editori in grado di pubblicarle. Eppure, a distanza di più di mezzo secolo, le sue parole mi sono sembrate adatte anche per il mondo di oggi:
"Ovviamente non è auspicabile che un dipartimento governativo abbia qualche potere di censura (fatta eccezione per la censura dettata da motivi di sicurezza, contro la quale nessuno ha da obiettare in tempo di guerra) su libri la cui pubblicazione non sia promossa da organi ufficiali. Ma in questo momento il pericolo principale per la libertà di pensiero e di parola non è l'interferenza diretta del Ministero dell'informazione o di un corpo ufficiale qualsiasi. Se gli editori e i direttori di giornali fanno di tutto per sottrarre alla stampa alcuni argomenti, non è per paura di essere perseguiti, ma per timore dell'opinione pubblica. In questo paese la vità intellettuale è il peggior nemico che uno scrittore o un giornalista debba affrontare. E ciò non mi sembra aver avuto il rilievo che merita."
E ancora:
"Il problema implicito è semplicissimo: ogni opinione, per quanto impopolare - per quanto anche stupida - ha diritto di essere sentita? [...] Ora, quando si chiede la libertà di parola e di stampa, non si chiede libertà assoluta. Finché ci saranno società organizzate, vi deve sempre essere, e in ogni caso vi sarà sempre, un certo grado di censura. Ma la libertà, come disse Rosa Luxemburg è 'libertà per l'altro'. Lo stesso principio è contenuto nelle famose parole di Voltaire: 'Detesto ciò che dici; ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo'. Se la libertà intellettuale [...] significa davvero qualcosa, vuol dire allora che ognuno avrà diritto a esprimere e a pubblicare ciò che secondo lui è la verità, a un'unica condizione: che essa non faccia torto, in maniera del tutto inequivocabile, al resto della comunità". (George Orwell "La libertà di stamapa" in "La fattoria degli animali" Classici Moderni Mondadori, 1995)